Se la burocrazia uccide.

La storia di Kalief Browder, arrestato da adolescente e rinchiuso per tre anni nel carcere di Rikers Island in attesa di processo. 

Kalief è un giovane ragazzo afro americano che vive nel Bronx con la madre adottiva e i fratelli. Nel 2010, quando ha sedici anni, viene arrestato perché accusato di aver rubato uno zaino insieme ad un amico. Da quel momento la sua vita cambia irrimediabilmente; verrà tenuto in carcere per ben tre anni in attesa di processo. E non in un carcere qualunque; il giovane arriva dritto a Rikers Island, considerata una delle prigioni più dure d’America. La sua storia è raccontata anche da un documentario presente su Netflix, che ho finito di vedere oggi e che, devo ammettere, ha lasciato il segno. kalief browder

Kalief si ritrova, quando ha soltanto sedici anni, all’interno di una prigione famosa soprattutto per la violenza dilagante e gli abusi che avvengono al suo interno. Rimarrà lì più di mille giorni, di cui più di seicento in isolamento. E questo avrà naturalmente conseguenze drammatiche sulla sua vita. Rimane lì, in attesa di processo, in attesa di essere formalmente accusato di qualcosa. Processo che dipende sostanzialmente da un testimone, un uomo che dice di aver riconosciuto Kalief come il giovane che gli ha rubato lo zaino qualche giorno, o forse qualche settimana prima. L’uomo cambia più volte versione, l’accusa ripone tutto su di lui, dice di essere pronta a presentarlo, ma non verrà mai trovato. Più di tre anni dopo Kalief verrà scagionato, fondamentalmente perché il processo non si può fare, non essendoci nessun testimone. Ma a quel punto il ragazzo dovrà convivere per sempre con i demoni della prigione, con i fantasmi di tutto ciò che ha vissuto in carcere. Kalief si dichiarerà sempre innocente, rifiutando i numerosi patteggiamenti che gli vengono offerti. E’innocente, e vuole dimostrarlo. Ma la sua decisione, quasi eroica, si scontra con un sistema giudiziario, che, almeno in questo caso, fa acqua da tutte le parti. Interrogatori falsificati o non registrati, telecamere che potrebbero far luce sul presunto furto pochi giorni dopo che non verranno mai visionate, giudici e avvocati d’ufficio con una mole di lavoro che non permette loro di seguire davvero nessun caso, di non potersi occupare fino in fondo della ricerca della verità.

La storia di Kalief è la storia di Davide contro Golia, di un essere umano giovane, di un ragazzino, forse non perfetto, ma che questa volta ha ragione e vuole dimostrarlo. Ma nulla può contro un sistema corrotto e marcio. Un sistema che, direttamente e indirettamente, si è preso la sua vita.

Ciò che deve far riflettere è che la storia di Kalief non è che una delle tante, troppe storie, di ragazzi ingiustamente accusati che finiscono in carcere per sbaglio. Una delle tante storie di poliziotti corrotti, di magistratura incastrata nella burocrazia e negli interessi di qualcuno. Una di quelle storie che ci fa indignare ed alzare la voce. Fino alla prossima. Fino al prossimo Kalief.