Bambini e tecnologia

Ho pranzato in un ristorante oggi. Oltre a me, c’era un bambino di 6,7 forse 8 anni. Era con la mamma, o la zia, o la nonna, non so di preciso chi fosse. Nell’ora e poco più che sono stata lì, non ha mai, e dico mai, alzato gli occhi dal Tablet che aveva con sé. Era talmente preso dal gioco, quelli con quella musichina che ti entra in testa e non esce più, che non ha quasi toccato per niente il cibo. Si è dimenticato anche di bere. La nonna/mamma/zia, parlando con la titolare del ristorante, diceva che il bambino non mangia mai quasi niente. Un po’ ha insistito per farlo mangiare, ha provato a fare conversazione, ma il bambino era talmente preso dal gioco sul Tablet che credo a malapena la sentisse. La donna stava facendo un monologo in pratica. E il bambino lì, fisicamente seduto con lei ma da tutta altra parte. Preso completamente dal suo mondo virtuale. Quando la donna ha provato a togliergli il Tablet lui ovviamente si è arrabbiato; ha guardato la donna inferocito e le ha detto, testualmente “ti ammazzo”. Ora, io non sono né mamma né nonna né zia, quindi magari mi viene facile parlare di cose che non conosco e che non vivo in prima persona. Ma è davvero questo il modo in cui i bambini stanno crescendo? Chiusi in un mondo finto, senza aprire bocca, completamente risucchiati da una realtà virtuale? Cosa gli stiamo insegnando? Che va bene non mangiare e non salutare se sei troppo preso dal Tablet? Passi il volerli tenere buoni una ventina di minuti, ma che un bambino, nel pieno del suo sviluppo, arrivi a non proferire parola perché ha di meglio da fare, forse è troppo. E non mi riferisco ai danni che la tecnologia può fare se permettiamo ai bambini di abusarne. Parlo della semplice idea di stare insieme, della gioia e della voglia che un bambino deve avere di raccontare qualsiasi cosa, di dire che ha un nuovo amichetto, o che a scuola qualcuno lo ha fatto arrabbiare, o che la maestra sia più o meno simpatica. I bambini devono essere curiosi, devono fare domande per iniziare a capire il mondo, devono arrivare ad essere fastidiosi a forza di chiedere e parlare. Non devono credere che l’unica realtà importante sia quella virtuale. Almeno, per come vedo io il mondo.


Fuochi.

Fuochi artificiali. Finti, quindi. Creati artificialmente per ottenere un certo risultato. Però sono belli. Quando esplodono tutti insieme, e sembra che le luci, e i colori, e i rumori non vogliano più finire. Ed è bello così. Anche se è finzione. Quando sembra che possa esserci qualcosa di più grande, di più forte, di più alto di tutto e tutti. Quando i pensieri sembrano insignificanti, sembrano niente confrontati con quel rumore sordo che fanno i fuochi. Per te non sono semplicemente fuochi fatti per festeggiare il patrono del tuo paese. Sono 20 minuti in cui non pensi, in cui riesci a staccare e a goderti semplicemente lo spettacolo. 20 minuti in cui sai che può esistere qualcosa di più forte, più rumoroso, più grande di tutto il rumore che hai dentro. E che quel rumore, almeno ogni tanto, lo puoi mettere da parte.


Lacrime

“Così capì: i lacrimoidi erano sogni trascurati, mai coltivati con cura, mai seguiti con passione. Sogni perduti senza combattere, sogni buttati via(…) Poi, una mattina, la città si ritrovo’immersa dentro una grande bolla trasparente. La gente respirava a fatica. E volti, parole, iniziarono ad appannarsi… ”

Stefano Benni, La grammatica di Dio.


Compiti per tutti

Rob Brezsny, curatore dell’oroscopo pubblicato su “Internazionale”, ogni settimana da’ un compito per tutti; quello di oggi è: “immagina come sarebbe la tua vita se sconfiggessi la tua paura più grande”.


Non so come sarebbe la mia vita. Non so immaginarla. Non so neanche identificare quale può essere la mia paura più grande. Credo di avere tante piccole paure, che stanno con me e vengono fuori quando vogliono, senza preavviso. Ho paura dei serpenti, terrore proprio. Sarebbe un mondo bellissimo quello senza serpenti, potrei girare il mondo senza avere paura di incontrarli. Ho paura dei film horror, quelli in cui ci sono spiriti di gente morta che torna sulla terra per qualche strano motivo. “The others” con Nicole Kidman per intendersi. Ho paura dei cambiamenti, anche se vorrei avere un coraggio assurdo e buttarmi e basta. Potrei fare più esperienze, senza valutare sempre e costantemente i pro e i conto, finendo per far prevalere sempre i contro. Vorrei essere coraggiosa e mandare al diavolo tutto ciò che credo non vada bene, senza preoccuparmi di cosa potrebbe succedere se facessi una certa cosa. Ho paura di prendere decisioni importanti e definitive, anche se di definitivo esiste ben poco. Ho paura di guidare una macchina non mia, perché se poi succede qualcosa quella macchina non è mia. Ho paura di comprare vestiti troppo strani per me, perché poi tutti mi guarderebbero e odio stare al centro dell’attenzione. Ho paura a rivelare chi sono davvero, come si sento e cosa provo, forse perché in realtà non lo so neanche io, o forse perché ho paura di cosa gli altri potrebbero pensare. Ho paura dei dottori. Ho un po’ paura degli aerei, perché mi terrorizza morire in aereo. Ma gli aerei ci permettono di arrivare in posti meravigliosi, quindi in questo caso prevalgono i pro.