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Quelli che odiano su internet

Questo articolo l’ho scritto qualche tempo fa. Ma torna sempre attuale. In questi giorni sopratutto, in cui si parla di governo, di colpo di stato, di impeachment (si scrive così, sappiatelo), di Savona, di Mattarella, di oscuri poteri tedeschi. Oggi, come ieri e probabilmente come domani, possiamo tornare a parlare di “quelli che odiano su internet”. Lo so, sta quasi diventando un argomento vecchio. Però io qualcosa da dire ce l’ho e quindi, sempre grazie al magico potere che internet dà a tutti di dire la propria, lo faccio anche io. 

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Ce l’ho con… Le cose non dette.

Quando ci sarebbero un sacco di cose da dire. E invece rimani zitto, muto nel tuo angolino.

Perché a volte le parole pesano. E troppe altre volte in qualche modo pensi che ti convenga rimanere in silenzio. Ma non hai ragione a pensarla così. Perché tutto quello che non dici ti rimane dentro, si accumula, e se ne sbatte di cosa vorresti tu. Magari sta lì per mesi, anche anni, ma poi viene fuori. Se ne sbatte se pensavi di averla superata, quella certa cosa. E a distanza, dopo aver acquistato potere dentro di te, fa ancora più male. A te sicuramente. Agli altri forse. Quindi sì, oggi ce l’ho con voi cose non dette, perché create muri e non mi permettete di essere quella che sono fino in fondo. Ce l’ho con voi per tutte quelle volte che avrei voluto parlare e invece sono rimasta in silenzio, perché così è più facile. Ce l’ho con voi per quella volta che non ho detto “no, non mi interessa”, per quella volta volta che ho detto “non c’è problema”, per quella volta in cui mi sono fatta andare bene le cose soltanto perché non ho avuto il coraggio di dire quello che pensassi veramente. Ce l’ho con voi perché credo che sarebbe più bello, se riuscissi a dire davvero tutto quello che mi passa per la testa.


Bambini e tecnologia

Ho pranzato in un ristorante oggi. Oltre a me, c’era un bambino di 6,7 forse 8 anni. Era con la mamma, o la zia, o la nonna, non so di preciso chi fosse. Nell’ora e poco più che sono stata lì, non ha mai, e dico mai, alzato gli occhi dal Tablet che aveva con sé. Era talmente preso dal gioco, quelli con quella musichina che ti entra in testa e non esce più, che non ha quasi toccato per niente il cibo. Si è dimenticato anche di bere. La nonna/mamma/zia, parlando con la titolare del ristorante, diceva che il bambino non mangia mai quasi niente. Un po’ ha insistito per farlo mangiare, ha provato a fare conversazione, ma il bambino era talmente preso dal gioco sul Tablet che credo a malapena la sentisse. La donna stava facendo un monologo in pratica. E il bambino lì, fisicamente seduto con lei ma da tutta altra parte. Preso completamente dal suo mondo virtuale. Quando la donna ha provato a togliergli il Tablet lui ovviamente si è arrabbiato; ha guardato la donna inferocito e le ha detto, testualmente “ti ammazzo”. Ora, io non sono né mamma né nonna né zia, quindi magari mi viene facile parlare di cose che non conosco e che non vivo in prima persona. Ma è davvero questo il modo in cui i bambini stanno crescendo? Chiusi in un mondo finto, senza aprire bocca, completamente risucchiati da una realtà virtuale? Cosa gli stiamo insegnando? Che va bene non mangiare e non salutare se sei troppo preso dal Tablet? Passi il volerli tenere buoni una ventina di minuti, ma che un bambino, nel pieno del suo sviluppo, arrivi a non proferire parola perché ha di meglio da fare, forse è troppo. E non mi riferisco ai danni che la tecnologia può fare se permettiamo ai bambini di abusarne. Parlo della semplice idea di stare insieme, della gioia e della voglia che un bambino deve avere di raccontare qualsiasi cosa, di dire che ha un nuovo amichetto, o che a scuola qualcuno lo ha fatto arrabbiare, o che la maestra sia più o meno simpatica. I bambini devono essere curiosi, devono fare domande per iniziare a capire il mondo, devono arrivare ad essere fastidiosi a forza di chiedere e parlare. Non devono credere che l’unica realtà importante sia quella virtuale. Almeno, per come vedo io il mondo.