Quando a mancare è il merito

Quando a mancare è il merito

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Stamani ho letto un articolo che parla di donne, mamme in particolare, che se ne sono andate. E che non tornerebbero.

Si parla molto di questo tema, di persone che se ne vanno, di persone che se ne sono andate e tornate, di persone che tornerebbero subito e di altre che non lo farebbero mai. Andare via da dove? Dalla nostra Italia, naturalmente.

La storia che ho letto, e che se volete trovate qui, parla per l’appunto di una donna che con bimbi e marito si è trasferita in Danimarca, dove, ha detta sua, il tipo di vita è completamente diversa. Meritocratica (a nessuno importa di chi sei figlio), flessibile, con incentivi per chi ha figli. Non soltanto a livello economico, ma anche di tempo. Alle 4 si stacca di lavoro, se piove e non devi incontrare clienti puoi lavorare da casa. Un mondo incantato insomma. In realtà ci sono anche lati un po’negativi, come ovunque, ma sono decisamente più bassi di quelli che abbiamo nel nostro bel paese.

Quello dell’andare via è un tema che ha sempre attirato la mia attenzione. Leggo storie di persone che ce l’hanno fatta, che hanno mollato tutto e sono riusciti a costruirsi una vita migliore. E leggo anche di persone che invece non ci sono riuscite, e sono tornate con la coda tra le gambe. Ma, la gran parte delle storie che leggo, raccontano di come, comunque, all’estero sia per lo meno più facile provarci.

La meritocrazia che non c’è.

Sembra che fuori da qui non importi davvero di chi sei figlio, non importa davvero avere il padre, o il cugino, o lo zio, che lavora da qualche parte importante e ti trova un posto. Poi, se sei stupido e incompetente, non importa, c’è lo zio che garantisce e nessuno che controlla. Sembra che all’estero non sia per forza necessario frequentare scuole di specializzazione costosissime solo per poter fare uno stage. Sembra che i ragazzi, usciti dall’università, siano davvero competenti e in grado di fare. Sembra che tu abbia la possibilità di fare carriera, e magari diventare importante nel tuo campo, e non perché qualcuno ti raccomanda, ma perché sei bravo e te lo meriti.

Questo mi piacerebbe vedere anche qui, cara la mia Italia, che amo per tanti aspetti, ma che per tanti altri mi va troppo stretta. Qui, se vivi in un paese piccolo come me, le possibilità sono tre o quattro se sei fortunato. Puoi fare la commessa, il cameriere, il barista e poco più. Magari con un contratto e uno stipendio dignitoso, sempre se sei fortunato, ma con zero prospettive di crescita. Fai quello, e se sei fortunato puoi farlo per tutta la vita. Con il tuo stipendio dignitoso, ma che se arriva un bambino poi magari non basta. Se vivi nel piccolo paese devi per forza mettere in conto di trasferirti. E potresti anche essere disposta a farlo, ma ancora una volta, la prospettiva migliore è lo stage a sei mesi con massimo il rimborso spese, e finiti i sei mesi mica lo sai che succede.

Magari la idealizzo anche, questa cosa di lasciare tutto e partire. Perché sicuramente non è tutto rose e fiori. Pero’poi leggi queste storie di gente che ci ha provato, e ce l’ha fatta, e sei contenta per loro. E ti viene voglia di farlo anche a te.

E voi? Avete esperienze in proposito? Avete deciso di provarci, di buttarvi e vedere come va? Oppure preferite quella apparente sicurezza che magari avete qui e va la tenete stretta? Mi piacerebbe sentire le vostre storie…Se vi va, scrivetele nei commenti!

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