Università e lavoro: si può?

Partiamo da un presupposto: l’università non è un gioco da prendere sottogamba. E’ vero, volere è potere e tutto può essere fatto con la giusta dose di determinazione, MA. Ci sono dei ma. 

Andare all’università significa prendere un impegno per i prossimi tre ma molto più spesso quattro anni. Anni nei quali dovrai fare sacrifici, e studiare, e impegnarti, e stare dietro a mille cose.  Significa che in quei quattro anni sarai mantenuto, a grandi linee, da mamma e papà. Ma deve essere così per forza? La risposta dipende da te. Se vuoi fare l’università in tranquillità, impegnandoti soltanto in quella, come può essere giustissimo, beh, la risposta è sì. Dovrai dipendere dai tuoi, o magari da qualche borsa di studio, però non avrai pensieri. O meglio, dovrai pensare “soltanto” agli esami, alla burocrazia e via dicendo. Chi di per sé non è poco.

E se invece sei uno di quelli che vuole essere autonomo, che magari un lavoretto già ce l’ha e non vuole lasciarlo, o non vuole pesare sul bilancio familiare più del dovuto? Devi rinunciare all’università? Assolutamente no. E adesso ti spiego perché.

Io l’ho fatta lavorando l’università, e sono arrivata al traguardo. Ho messo in testa la corona d’alloro e mi sono laureata non con il massimo, ma con un voto che mi soddisfa. Perché non ho lasciato il lavoro? Per tanti motivi, credo. Perché lo avevo, in primis, e ce l’ho ancora. Non mi andava di buttare via una, seppure piccola, opportunità di essere autonoma. (Per inciso; dopo la laurea non sto trovando praticamente niente nel mio campo di studi, quindi a posteriori posso dire di aver fatto bene a non mollarlo, il lavoro). Avevo, e ho tutt’ora, il mio lavoro, che  mi permette di pagarmi i vizi e mi ha permesso di pagarmi l’università. Il non voler pesare sul bilancio familiare è stato un altro motivo. Non perché i miei siano poveri o non avrebbero pagato. Semplicemente perché l’università è stata una scelta, non proprio gratis, che ho fatto da sola; mi sembrava giusto, visto che lo potevo fare, gestirmela in tutto e per tutto autonomamente. Detto questo, lavorare e fare l’università non è indubbiamente una passeggiata. Non ho un lavoro che mi impegna soltanto nel week-end, per intenderci; lavoro tutti i pomeriggi, dal martedì al sabato. Escluse le emergenze in cui vado al lavoro quando non dovrei. Fare l’università in questo modo significa utilizzare il tempo che hai libero dal lavoro per studiare. Mi svegliavo la mattina, non tardissimo, e studiavo. Dopo pranzo, pomeriggio di lavoro. Significa chiedere giorni liberi non per andare al mare, ma per sostenere gli esami. Significa chiedere la settimana di ferie estive per laurearti. Significa che quando riesci a staccare qualche giorno, non solo devi chiedere dei giorni di riposo, ma devi anche sceglierli quando non hai esami o appuntamenti non posticipabili. Significa non poter andare a lezione quasi mai, e ritrovarti a studiare, da solo, materie che non sapevi neanche esistessero. L’inferno quindi? Assolutamente no. Ma se è vero che già di per sé l’università richiede una dose massiccia di pazienza e determinazione, nel caso del fare l’università lavorando, la dose come minimo raddoppia. Perché, comunque, un lato positivo c’è. Che, almeno nel mio caso, mi ha ripagato dei tanti sforzi fatti; quando la commissione ti proclama “dottoressa”, tu esci dall’aula e metti la corona. E sai, nel profondo di te, che non soltanto ce l’hai fatta, ma ce l’hai fatta contando soltanto sulle tue forze. E non sono assolutamente un genio. Mi piace studiare, certo, ma non ho doti magiche o superpoteri. Sono una ragazza normalissima.

Mi sono sbattuta per trovare libri e appunti, ho viaggiato a vuoto diverse volte, non mi sono praticamente fatta nuovi amici, né ho vissuto davvero l’esperienza universitaria in senso lato. Ma ce l’ho fatta. E, almeno per me, questa è stata una delle più grandi soddisfazioni avute fin qui.