In nostra difesa.

In nostra difesa.

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Analizziamo&commentiamo

Ci sentiamo dire spesso che siamo fannulloni. Che non vogliamo metterci in gioco. Che vogliamo il posto di lavoro soltanto vicino a casa di mamma e papà. Che non la vogliamo lasciare, la casa di mamma e papà. Quando dico “ci sentiamo” intendo la categoria dei giovani, di quelli quasi senza futuro, di quelli che si guardano intorno senza sapere bene dove guardare di preciso.

Forse però qualcosa a nostra discolpa possiamo dire. Ci siamo ritrovati a crescere in un mondo apparentemente pieno di opportunità. Apparentemente. Possiamo studiare, laurearci, frequentare master e scuole di specializzazione; possiamo andare all’estero, usufruire di programmi di mobilità e borse di studio. Venti o trenta anni fa questa situazione non sarebbe stata neanche lontanamente immaginabile. Eppure tantissimi di noi fanno lavori comuni, che spesso trovano nel piccolo paese di provincia che non lasciano. Ma non lo lasciano non perché non vogliano. Non tutti, almeno. Spesso non lo lasciano perché non possono permetterselo, perché sono stufi di chiedere a mamma e papà soldi su soldi per esperienze, e formazione, e studio, che troppo spesso poi non portano a niente. Siamo bombardati da mille cose, da mille opportunità che poi però non sono davvero alla nostra portata. Perché ci manca quella laurea specialistica. O quel master. Oppure abbiamo studiato tanto, siamo stati bravi certo, ma ci manca l’esperienza. Perché nessuno ci permette di crearcela, un’ esperienza. Potremmo fare tutto ma in realtà, concretamente parlando, sono ben poche le cose a cui possiamo davvero ambire. E ci ritroviamo così ad essere fannulloni, a non voler andare a vivere da soli. A sentirci dire di tutto. Ma non sentiamo mai nessun altro provare ad assumersi almeno una parte della responsabilità per questa situazione. In cui i giovani dovrebbero avere in mano il mondo, e aver voglia di conquistarlo pezzetto dopo pezzetto, e si ritrovano invece, se sono fortunati, a fare lavori senza infamia e senza lode.

Non me la sento di dire che la colpa è tutta nostra. E non perché faccio parte della categoria. O forse proprio perché ne faccio parte. Perché sto vivendo su di me tutta la frustrazione, tutta la rabbia, tutta l’impotenza verso un sistema che non fa altro che parlare. E promettere. E al tempo stesso non muovere neanche un dito.

 

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maiunagioia4life

giugno 28, 2017 alle 10:26 am

esatto!!!

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